PROLOGO E PRIMO CAPITOLO

Ed ecco a voi il prologo ed il primo capitolo del mio romanzo, buona lettura.

Questo libro è un’opera di fantasia, Nomi, personaggi, luoghi e accadimenti sono prodotti dell’immaginazione dell’autore o sono utilizzati in maniera fittizia. Ogni somiglianza a eventi, luoghi o persone reali, vive o morte, è del tutto casuale.

PROLOGO

Correva l’anno 1994 quando Luis Queen e Ann Mcnish si conobbero nella galleria d’arte di Talon City. I due si innamorarono al primo sguardo. Fu un vero e proprio colpo di fulmine: Ann rimase affascinata da Luis per la sua vena artistica di pittore e Luis fu conquistato dalla semplicità e bontà d’animo di Ann. Così dopo pochi mesi i due si sposarono.

Tutto filava liscio come l’olio, la relazione andava a gonfie vele e la felicità regnava in casa Queen; arrivati a un certo punto della loro vita decisero che era ora di avere un figlio, purtroppo per loro sfortuna scoprirono che entrambi erano sterili. Si affidarono a numerose cure anche sperimentali, ma tutto sembrava vano. Allora un giorno Luis decise di adottare un bambino. Così ne parlò con sua moglie e la scelta fu condivisa.

E così si affidarono ad un’agenzia per le adozioni, che dopo un lungo iter burocratico li indirizzò presso l’orfanotrofio Kambridge, gestito dalle suore Domenicane.

E da quel giorno la giovane coppia ebbe un nuovo membro nella famiglia, il piccolo Nicholas Queen…

CAPITOLO 1

Vent’anni dopo …

Era Sera, nella contea inglese di Devon, precisamente a Talon City; soffiava il vento tipico di inizio novembre e la luna piena illuminava il maestoso paesaggio montano.

Talon City era una piccola cittadina di montagna che contava al massimo un centinaio di abitanti. Le abitazioni erano tutte baite in legno. L’unica casa che appariva diversa dalle altre era quella dei coniugi Queen: una gigantesca villa in pietra simile a un castello medievale, circondata da alte mura dall’aspetto imponente; anche le sale non erano da meno, ampie ed eleganti. Tutto sembrava un paradiso in terra.

Purtroppo la tranquillità esteriore della casa non corrispondeva alla vita dei famigliari Queen.

Per l’ennesima volta Nicholas aveva fatto infuriare il padre per il suo comportamento negligente nel cercare un lavoro; Nicholas era il tipico ragazzo ribelle, sempre contro corrente e con ideali talmente bizzarri da indurre i genitori sull’orlo di un esaurimento nervoso, come quella volta in cui dipinse l’automobile del padre con una bomboletta spray come un Murales, oppure quando prese a martellate il vecchio stereo di casa perché difettoso.

Nicholas era un ragazzo molto alto, timido e introverso, a volte soggetto a sbalzi d’umore e attacchi d’ira, aveva capelli neri, occhi azzurri e viso minuto e grazioso.

Luis e Ann, sapevano che prima o poi avrebbero dovuto chiamare uno psicologo a causa del comportamento violento del figlio, ma li bloccava la paura di vederlo soggiornare in qualche manicomio. Nicholas si rinchiuse in camera da letto, ed esclamò con tono furioso: “Non voglio seccature! Lasciatemi in pace! Io non desidero lavorare! Punto!”.

Intanto Luis tentando invano di aprire la porta chiusa a chiave della stanza del figlio, gli disse con tono calmo, ma allo stesso tempo deciso:

“Beh se entro fine mese non ti trovi un lavoro sarò costretto a sbatterti fuori di casa!”.

Dopo il breve battibecco il padre fece un cenno di dissenso e pensò tra sé e sé che era stufo di quella situazione, camminò verso le scale che portavano al salone e lì trovò la moglie Ann con aria triste e pensierosa, appoggiata al muro a braccia conserte:

“Luis questa storia non può andare avanti così…”, esclamò la donna, e il marito con tono rassegnato fece un sospiro malinconico.

Si diresse verso la sala di pittura; lì vi passava gran parte delle sue giornate a dipingere quadri di grande valore, riuscendo così in parte a sfogare le sue preoccupazioni per il figlio. Luis era un uomo alto di bella presenza con capelli color nero corvino, occhi neri e carattere piuttosto introverso, al contrario della moglie Ann (bionda con gli occhi azzurro cielo); che era molto estroversa; conosciuta da tutti nella cittadina di Talon City per la sua personalità vivace e allegra; non perdeva mai l’occasione per fermarsi con i passanti e fare quattro chiacchiere e frequentare il circolo del golf.

Ann si sedette su una sedia con sguardo vitreo a fissare il vuoto e a sorseggiare whisky, dopo pochi secondi osservò la bottiglia e vide che ne aveva consumata quasi la metà, così decise di riporla nel massiccio mobile dei liquori, mettendola dietro agli altri per non destare sospetti. Ad un tratto udì una voce debole che le indicava di recarsi verso la scala, e lei intimorita e frastornata dalle ingenti quantità di alcool ingerito si diresse verso il luogo indicato dalla strana voce; senza accorgersi scivolò dalla scala e cadde a terra. Luis all’ udire un improvviso tonfo, gettò il pennello a terra e si alzò di scatto per correre nella direzione del suono:

“Hey tutto bene? Ann? Nicholas?”.

Luis arrivò sul posto e vide la moglie a terra dolorante e ubriaca: “Tutto bene amore? Che è successo?”, e la donna con tono sordo e distorto:

“Luis non ci crederai mai, una voce mi ha indicato di andare verso la scala, quando ad un certo punto sono inciampata e boom!”.

Il marito al sentire la versione della moglie, la guardò con aria furiosa, ma allo stesso tempo preoccupata:

“Ma quale voce? E’ la tua mente che ha creato la voce! Tu hai bevuto, sei ubriaca!”, e le diede uno schiaffo.

Lei con tono mortificato: “Ma io giuro di averla sentita! Giuro… io…”.

“Zitta!” esclamò il marito:

“Devi stare zitta!”, e la colpì di nuovo.

Intanto il figlio era in camera sua che ascoltava la musica, ignaro di quello che stava accadendo di là.

Durante la litigata il marito scosse il capo e chiese scusa alla moglie per averla offesa e lei:

“Luis, ma che ti sta succedendo? Questo è il primo schiaffo che mi hai dato in tutti questi anni di matrimonio, non ti ho mai visto così, che ti succede?”.

Luis con tono tremante: “Lasciami stare!” e salì le scale con passo deciso per andare nel corridoio che portava alla camera da letto.

La camera dei coniugi Queen era molto raffinata: i muri avevano una tappezzeria color rosso, il pavimento era in parquet, e i mobili in legno massiccio, con una specchiera enorme, per via della vanità della moglie che lo utilizzava spesso per scegliere il vestito più consono alla giornata; il letto era sfarzoso, con baldacchino e sponde in legno, il tutto illuminato da un grosso lampadario con cristalli. Luis si levò i vestiti e si sdraiò sul letto, improvvisamente la porta della camera da letto si aprì da sola e Luis rimase di sasso e impaurito; ma era la moglie che l’aveva aperta senza entrare in stanza.

Ann entrò con il capo basso:

“Amore mi prometti che non alzerai più le mani?”.

“Promesso. Ma come mai hai aperto la porta e non sei entrata subito?” chiese Luis.

Ann rispose: “Eh ma come non lo sai? Porta male accompagnare la porta!”.

“Ehm amore, sicura di stare bene? Da quando hai queste fisse?”, esclamò il marito con il viso accigliato.

“Eh non so amore – yawn – ho un sonno…” rispose la moglie.

“Vieni dai che ti coccolo un po’”, esclamò Luis e si ritrovarono abbracciati fino ad addormentarsi l’uno stretto all’altro.

Arrivò il mattino, Luis si svegliò grazie alla sua sveglia un po’ bizzarra che gli aveva regalato sua nonna paterna: un orologio a forma di gallina color oro che beccava il campanello ad ogni ora; si alzò, si lavò e scese sotto in cucina per prepararsi la colazione.

Come ogni mattina accese la tv per sentire il notiziario del telegiornale e le prime parole che sentì, catturarono subito la sua attenzione:

“Ma ora passiamo alla cronaca, strani omicidi a Talon City, dove è stata trovata morta in circostanze ancora da chiarire la famiglia Lock…”.

Quella notizia drammatica fece venire a Luis brividi di paura.

Successivamente finita colazione andò nella sala di pittura, quando a un tratto sentì squillare il telefono…

Era il suo migliore amico Frederick. Frederick era un uomo di media statura, con capelli castani e occhi color nocciola, indossava sempre un berretto da baseball per nascondere la sua calvizie che lo sorprese già all’età di 25 anni.

“Hey, ciao Luis! Che ne dici se oggi andiamo a pescare?”, disse Frederick.

“Sì, ottima idea tanto oggi non sono ispirato per dipingere!”, gli rispose Luis con tono felice, ma allo stesso tempo ancora sconvolto per la tragica notizia in tv.

“Ok, dieci minuti e sono da te!” esclamò l’amico.

Venti minuti dopo Frederick arrivò con il suo massiccio fuoristrada blu scuro e i due amici si avviarono verso il posto di pesca.

Intanto a casa Lock, le indagini sul presunto omicida continuavano; arrivato sul posto lo sceriffo Rudolf si trovò davanti una baita come tante, con l’unica differenza che era contornata dal nastro per segnalare le zone di omicidio.

Rudolf Maier era un uomo assai robusto con baffi neri e occhi verdi e accento tedesco marcato.

“Allora, uomini, come procedono le indagini?”, domandò lo sceriffo con tono autoritario.

“Molto male signore, non vi sono segni di sparo né di lame da taglio. L’unica cosa che ci è balzata subito agli occhi è stato l’enorme buco in mezzo al petto, sembra quasi una bruciatura che attraversa tutto il corpo. Ogni vittima è morta col medesimo metodo e a tutti è stato strappato il cuore…”, asserì Frank.

“Chi ha avvisato la polizia?” chiese lo sceriffo.

“Non lo sappiamo signore, abbiamo ricevuto una chiamata anonima, sappiamo già il luogo in cui è stata effettuata: un telefono pubblico qui nelle vicinanze, ma la voce era camuffata”, affermò uno dei poliziotti presenti.

“Avete informazioni sull’ora del decesso?”, domandò Rudolf.

“Sì, il medico legale afferma che il delitto è avvenuto tra le due e le quattro di notte, ma lo sapremo con certezza tra qualche giorno”, dichiarò Frank.

Frank Murphy era un giovane poliziotto con capelli castani e occhi neri, fisico atletico e carattere molto intraprendente, prese servizio presso la polizia di Talon già all’età di 20 anni, era il miglior tiratore del distretto.

“Oddìo, mi chiedo quale uomo possa commettere simili atrocità!”, si chiese lo sceriffo con un nodo alla gola.

“Ah a proposito ogni cadavere è come se fosse stato marchiato a fuoco: vi è uno strano simbolo, simile a due lettere V incrociate…” asserì il poliziotto.

“Molto bene, darò un occhiata là dentro” disse lo sceriffo.

Così lo sceriffo entrò nella casa. Aprì la porta e all’istante si sentì avvolto in un’atmosfera spettrale; dopo aver deglutito proseguì giungendo fino al salone, in cui trovò l’intera famiglia ammassata, i corpi gli uni su gli altri. Improvvisamente vide dalla finestra due occhi gialli che lo scrutavano, subito afferrò la pistola con la mano tremolante e corse verso la finestra per aprirla, la aprì di scatto e la misteriosa figura balzò dentro casa, lo sceriffo preso dal panico gli sparò due colpi:

“Bang bang!”. Frank e altri due uomini che erano fuori, sentiti gli spari, corsero subito in aiuto del paffuto sceriffo.

“Rudolf! Oh merda!” urlò preoccupato Frank.

Quando entrarono i tre poliziotti videro Rudolf riverso per terra che ansimava:

“Era un mostro alato con occhi gialli!”, precisò Rudolf; al vedere lo sceriffo, Frank scoppiò a ridere.

“Rudolf non vedi che è una civetta? E’ solo una civetta! Guarda che non si beve in servizio!”.

“No, ti dico che era un mostro, era bruttissimo” asserì lo sceriffo ancora sconvolto per l’accaduto.

Frank aiutando Rudolf ad alzarsi notò subito il viso pallido dell’uomo:

“Tu hai bisogno di una vacanza!” disse Frank.

“Può darsi…” rispose Rudolf.

“Bene ora controlliamo di sopra, non si sa mai!”, esclamò Rudolf.

“Ma signore, abbiamo già controllato noi!” precisò Mike.

“Beh, un’altra ispezione non fa mai male”, e così lo sceriffo salì su per le scale di legno, che scricchiolavano ad ogni passo che faceva l’uomo. Una volta saliti al piano si trovarono in un corridoio con pareti rivestite di carta da parati rosa e pavimento in marmo nero.

Ad un tratto si sentì un rumore proveniente dalle mura. Rudolf fece cenno ai suoi uomini di andare verso il misterioso suono, quando scoprirono che proveniva da dietro il mobile. “Presto spostiamo l’armadio e vediamo cosa c’è dietro”, disse lo sceriffo.

Rimosso, si trovarono una robusta porta in legno massiccio. Rudolf cercò di aprirla invano, ma era chiusa.

“Maledizione!” esclamò Rudolf con rabbia. Così cercò di sfondarla; una volta riuscito nell’impresa vi entrò e notò che non vi era neanche uno sprazzo di luce, ma solo quel rumore incessante.

Rudolf incuriosito prese in mano la torcia e la pistola e la puntò nella direzione del suono, quando vide davanti a sé un ragazzo imbavagliato e legato a una sedia.

Lo sceriffo accorse subito verso il ragazzo per liberarlo:

“Chi sei? Chi ti ha rinchiuso qua dentro?!” chiese con decisione lo sceriffo.

“Mi chiamo Jimmy Lock signore, e i miei genitori adottivi mi hanno rinchiuso qua dentro per punizione”, asserì il ragazzo.

“Chiamala punizione, ti hanno imprigionato!”, disse Rudolf. Ad un tratto Mike si avvicinò a Rudolf bisbigliandogli nell’orecchio:

“Rudolf, credo che dovremmo dirgli dei suoi genitori…”.

“Ah sì!” esclamò Rudolf con tono imbarazzato.

“Senti ragazzo, non so come dirtelo, ma i tuoi genitori sono stati assassinati… mi dispiace tanto…”.

Il ragazzo al sentire quella notizia rimase impassibile, non una parola, non una lacrima: “Ah”, disse con tono freddo e testa bassa.

Lo sceriffo rimase stupito da tanta freddezza e la mente cominciò a viaggiare su mille pensieri:

“Che sia stato il ragazzo? No, come poteva essere lui? Era rinchiuso là dentro… accidenti che casino, non riesco a venirne a capo!”.

Intanto Mike vedendo lo sceriffo così preoccupato gli si avvicinò con discrezione.

“Hey Rudolf tutto bene? Ti vedo strano”, domandò Mike. Lo sceriffo emise solo un respiro e lo guardò negli occhi, poi successivamente si diresse verso l’uscita; intanto arrivarono altri poliziotti che presero in custodia il ragazzo e lo portarono in centrale.

Uscito dalla casa lo sceriffo, decisamente sconvolto per l’accaduto, decise di andarsene, quando nell’istante in cui cercò di salire sul fuoristrada, Frank gli si avvicinò con aria preoccupata:

“Rudolf dove vai?”.

“Ti ho preso in parola, mi prenderò una vacanza, cambiare aria mi farà bene, affido a te il caso, mi raccomando Frank!” disse Rudolf.

“Ma Rudolf sei sicuro che io sia l’uomo giusto?”, domandò Frank.

“Certo Frank! Hai dimostrato più volte di avere fegato! Non posso dimenticare quella volta che mi salvasti durante la sparatoria alla drogheria di John! Credetti di morire! Poi sono vecchio per queste cose…”.

Frank rimase senza parole di fronte alla grande responsabilità che gli veniva affidata, e non disse nulla; fece solo un cenno di assenso, seguito da un sospiro carico di preoccupazione.

“Bene Frank buona fortuna, ci vediamo!”.

Così lo sceriffo partì, lasciando Frank di stucco: “Cosa avrà fatto spaventare così Rudolf? Possibile che una civetta incuta questo timore?”, pensò il giovane, ignaro dei guai che di lì a poco sarebbero capitati, e ritornò dai suoi compagni per continuare l’indagine.

 

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Buona lettura.

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